Il femminicidio

In Italia ogni due giorni una donna viene uccisa dal proprio compagno. Nel 2016 sono state 116 le donne vittime di femminicidi. Molto frequentemente, queste violenze avvengono in ambito familiare. Spesso si tratta infatti di uomini frustrati, violenti e brutali che picchiano la moglie o la compagna, arrivando fino ad ucciderle. Si tratta di un fenomeno di enormi proporzioni. Si pensi che quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Dalle violenze domestiche allo stalking, dallo stupro all'insulto verbale, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso un tentativo di cancellarne l'identità, di minarne profondamente l’indipendenza e la libertà di scelta. Il tragico estremo di tutto questo è rappresentato dal femminicidio, che anche se in leggero calo rispetto agli anni precedenti, probabilmente grazie alla nuova Legge del 2013, dimostra di essere ancora un reato diffuso ed un problema che necessita di una risposta non solo giudiziaria, ma culturale ed educativa. E proprio il femminicidio, l’uccisione di una donna con la quale si hanno legami sentimentali o sessuali, rappresenta la parte preponderante degli omicidi contro il genere femminile. Più dell’82 per cento dei delitti commessi a scapito di una donna, nel nostro paese, sono classificati come femminicidi. Si tratta di una spirale di violenza che la nuova legge, approvata nel 2013, sta cercando di fermare, con qualche piccolo risultato positivo. Rispetto al 2013, infatti, c’è stato un calo del 15,1% a livello complessivo, ma in alcune Regioni le uccisioni di donne per mano di uomini violenti sono aumentate. Al Nord, i dati rivelano addirittura una crescita dell’8,3%, mentre al Sud i casi sono diminuiti del 42,7%, stabile il Centro.  L’opera di prevenzione è fondamentale e passa anche da un sistema giudiziario che sia in grado di fermare sul nascere il ripetersi delle violenze. La legge contro il femminicidio, approvata dal Parlamento nel 2013, è divisa in 12 articoli e prevede un  inasprimento delle pene in certi casi specifici, un intervento che riguarda il delitto di stalking e contiene anche una serie di nuove norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia.  Indubbiamente, però la prevenzione è fondamentale, ma non è mai stato facile per l’Autorità Giudiziaria intervenire in modo efficace. Per quanto riguarda i casi di stalker che è un delitto che può essere il preludio di un femminicidio, sono previste misure cautelari come gli arresti domiciliari, il divieto di avvicinamento alla vittima o l’ordine di allontanamento. Queste erano misure in vigore da tempo, ma sempre di difficile controllo da parte dell'Autorità Giudiziaria. Ora, però, è stato istituito l’uso del braccialetto elettronico, sia per chi è obbligato a restare in casa che per chi, invece, ha un semplice divieto di avvicinamento. In questo modo, lo stalker può essere sempre monitorato. Altra novità già messa in atto in alcuni casi dai Giudici, consiste nella possibilità, previo consenso, che anche la parte offesa possa indossare un braccialetto elettronico “gemello” a quello dello stalker: i due braccialetti, dotati entrambi di dispositivo gps, vengono tarati in modo tale da attivare l'allarme se dovessero avvicinarsi oltre una certa distanza. In questo modo verrebbe attivata la centrale operativa che potrebbe intervenire tempestivamente. La nuova legge, inoltre, estende le intercettazioni telefoniche al reato di stalking, potenziando così gli strumenti dei magistrati per poter investigare e intervenire più velocemente in caso di minacce. La nuova normativa ha poi introdotto altri aspetti come l’irrevocabilità della querela per stalking in caso di minacce gravi e l’aggravante per i reati di violenza in presenza di minori o donne incinte. Molto importante la irrevocabilità della querela per evitare che la persona offesa possa essere in qualche modo minacciata dopo avere presentato la querela e quindi decidere di tornare sui propri passi. Inoltre, la pena può essere aumentata di un terzo se alla violenza assiste un minore e l’arresto è obbligatorio.
Nel secondo gruppo di interventi viene ampliato il raggio d’azione delle aggravanti, che vengono estese anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, nonchè a quelli perpetrati da chiunque con strumenti informatici o telematici. In relazione ai maltrattamenti in famiglia, poi, viene estesa la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette quando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità. Occorre però andare ad osservare anche il rovescio della medaglia. Prendiamo ad esempio l’obbligo di arresto e l’allontanamento dell’autore di maltrattamenti in casi di flagranza di reato previsto dal decreto: sebbene si tratti di un’ottima mossa, resta da capire cosa accadrà, una volta che l’autore di violenze sarà scarcerato. Bisognerebbe forse iniziare a rendersi conto che la violenza contro le donne non possa essere affrontata esclusivamente come una questione di ordine pubblico o causa di “allarme sociale”, ma debba essere invece considerata come un vero e proprio problema culturale. L'uccisione della partner reca l'impronta di una cultura ancora convinta che l'uomo possa possedere la propria amata, costringendola anche con la forza ad accettare questo legame che non necessariamente si chiama amore. Oltre ad un intervento legislativo, che inevitabilmente non può da solo risolvere il problema, serve un cambiamento culturale che deve partire dall'educazione e quindi dalle donne stesse che rivalutino il proprio ruolo e la propria immagine di genere agli occhi dei propri figli, maschi e femmine. Un altro aspetto davvero importante soprattutto per i maschi è l'educazione emotiva, cioè l'accompagnamento a riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni senza lasciare che queste crescano incontrollate. Se per fare una buona legge non ci vuole molto tempo, per cambiare l’educazione e la cultura saranno necessari molti anni e molto impegno da parte di tutti.
Luca Bertuzzi

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